Natale e relazioni:
- danielaabbrescia
- 5 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 6 giorni fa
vicini o autentici? La “giusta distanza” che fa respirare i legami.

Natale mette alla prova i rapporti e intensifica le relazioni: più incontri, più rituali, più tempo insieme. E insieme a tutto questo arrivano anche aspettative implicite, ruoli che si riattivano, vecchie dinamiche che sembravano sopite. È un periodo che può essere caldo e nutriente, ma anche sorprendentemente faticoso.
In mezzo a pranzi, telefonate, regali e “dobbiamo”, può emergere una domanda semplice (e scomoda): quando un rapporto può dirsi autentico? Quando si è sempre presenti, vicini, attaccati? Quando si fa ciò che l’altro si aspetta, pur di non scontentarlo? Tra inviti, aspettative e tradizioni, riscoprire l’autenticità significa anche imparare a separarsi: dire “no” per poter dire “sì” davvero.
Autentico non significa “sempre”
Un legame autentico non coincide con la disponibilità permanente. Non significa essere sempre d’accordo, sempre presenti, sempre pronti a rispondere alle richieste. Quando la vicinanza diventa un dovere, rischia di trasformarsi in una forma di adattamento relazionale: mi modello su ciò che l’altro desidera, mi trattengo, smusso, rinuncio. Apparentemente la relazione “fila”.
Dentro, però, spesso si accumulano strati invisibili di delusione non detta, frustrazione, risentimento.
È paradossale: si resta per non perdere la relazione, e intanto la relazione perde contatto.
La separazione autentica è una competenza relazionale
Un rapporto autentico richiede anche la capacità di una separazione autentica: poter chiudere la porta per un po’, dissentire, fare spazio.Dire: “oggi no”. Rinviare una telefonata. Non partecipare a un invito.Chiedere una pausa da una conversazione tesa.
Non si tratta di freddezza, né di “fare muro”. Si tratta di una libertà fondamentale: se ho il diritto di dire “no”, allora posso dire un “sì” pieno—non un sì dettato dalla paura.
E quando posso separarmi dall’altro, allora posso davvero incontrarlo: non per ottenere approvazione, non per timore di restare sola/o, ma per essere con l’altro.
Quando amore e approvazione si confondono
Per molte persone, dire “no” non è semplicemente difficile: è impensabile. Qui entra in gioco il retaggio culturale, sociale e familiare. In alcuni contesti, il “no” viene letto come un attentato al legame: “sei egoista”, “sei cattivo”, “non ti importa di noi”. Il messaggio implicito diventa: sei buono se fai quello che voglio; se non lo fai, mi deludi.
Quando affetto e approvazione si saldano, si impara presto che per “essere amati” bisogna essere accomodanti. Così, col tempo, si può perdere un pezzo di sé nella relazione: i bisogni vengono ridimensionati, il dissenso censurato, la frustrazione ingoiata. E questi schemi, nati spesso in famiglia, migrano poi nella coppia, nelle amicizie, sul lavoro.
Non è raro che un percorso terapeutico inizi proprio da qui: dal desiderio di uscire dalla gabbia del compiacimento, o almeno di ridurne l’impatto.
Una relazione che “respira”: fusione e separazione
Nel lavoro clinico, soprattutto con l’approccio della Gestalt, il tema della giusta distanza è centrale: non troppa vicinanza che soffoca, non troppa distanza che raffredda. Il punto non è scegliere una volta per tutte tra “dipendenza” e “indipendenza”, ma riconoscere l’oscillazione naturale tra i due poli e imparare ad abitarla con consapevolezza.
Barrie Simmons, psicoterapeuta e studioso della terapia della Gestalt, lo sintetizza in una frase molto efficace: “Un rapporto che respira è un rapporto vivo.” Respirare, in una relazione, significa poter attraversare momenti di vicinanza e momenti di distanza, avvicinamenti e allontanamenti, senza viverli come prove di disamore o minacce di abbandono.
Quando questa possibilità esiste, non parliamo più di “un rapporto” inteso come dovere o ruolo: parliamo di un io e un tu che si incontrano davvero, con rispetto, senza essere invasi e senza invadere.
Un piccolo promemoria pratico
Prima di dire sì: Lo sto scegliendo o lo sto subendo?
Durante: Sono presente o sto solo “reggendo”?
Dopo: Cosa mi è rimasto addosso: energia o peso?
E se serve un confine, prova una formula “gentile e chiara”:
“Vengo volentieri, ma resto fino alle 22.”
“Quest’anno ho bisogno di un Natale più semplice.”
“Non me la sento di parlarne oggi.”
Non sono frasi perfette. Sono frasi vive.
Se il tema delle relazioni che “si bloccano” o restano sospese ti risuona, puoi leggere anche: Esperienze sospese: quando qualcosa resta aperto dentro di noi
L’autenticità non è essere “bravi” o “buoni” nelle relazioni. È poterci essere davvero, con la propria voce, i propri bisogni, i propri limiti. E spesso, proprio lì—nel diritto di separarsi un momento—si apre la possibilità di incontrarsi meglio.
Un promemoria gentile per il periodo delle feste.
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