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Natale e relazioni:

Aggiornamento: 6 giorni fa

vicini o autentici? La “giusta distanza” che fa respirare i legami.


Immagine simbolica ME e YOU che rappresenta la giusta distanza nelle relazioni natalizie.

Natale mette alla prova i rapporti e intensifica le relazioni: più incontri, più rituali, più tempo insieme. E insieme a tutto questo arrivano anche aspettative implicite, ruoli che si riattivano, vecchie dinamiche che sembravano sopite. È un periodo che può essere caldo e nutriente, ma anche sorprendentemente faticoso.


In mezzo a pranzi, telefonate, regali e “dobbiamo”, può emergere una domanda semplice (e scomoda): quando un rapporto può dirsi autentico? Quando si è sempre presenti, vicini, attaccati? Quando si fa ciò che l’altro si aspetta, pur di non scontentarlo? Tra inviti, aspettative e tradizioni, riscoprire l’autenticità significa anche imparare a separarsi: dire “no” per poter dire “sì” davvero.

 

Autentico non significa “sempre”


Un legame autentico non coincide con la disponibilità permanente. Non significa essere sempre d’accordo, sempre presenti, sempre pronti a rispondere alle richieste. Quando la vicinanza diventa un dovere, rischia di trasformarsi in una forma di adattamento relazionale: mi modello su ciò che l’altro desidera, mi trattengo, smusso, rinuncio. Apparentemente la relazione “fila”.

Dentro, però, spesso si accumulano strati invisibili di delusione non detta, frustrazione, risentimento.

È paradossale: si resta per non perdere la relazione, e intanto la relazione perde contatto.

 

La separazione autentica è una competenza relazionale


Un rapporto autentico richiede anche la capacità di una separazione autentica: poter chiudere la porta per un po’, dissentire, fare spazio.Dire: “oggi no”. Rinviare una telefonata. Non partecipare a un invito.Chiedere una pausa da una conversazione tesa.

Non si tratta di freddezza, né di “fare muro”. Si tratta di una libertà fondamentale: se ho il diritto di dire “no”, allora posso dire un “sì” pieno—non un sì dettato dalla paura.

E quando posso separarmi dall’altro, allora posso davvero incontrarlo: non per ottenere approvazione, non per timore di restare sola/o, ma per essere con l’altro.

 

Quando amore e approvazione si confondono


Per molte persone, dire “no” non è semplicemente difficile: è impensabile. Qui entra in gioco il retaggio culturale, sociale e familiare. In alcuni contesti, il “no” viene letto come un attentato al legame: “sei egoista”, “sei cattivo”, “non ti importa di noi”. Il messaggio implicito diventa: sei buono se fai quello che voglio; se non lo fai, mi deludi.

Quando affetto e approvazione si saldano, si impara presto che per “essere amati” bisogna essere accomodanti. Così, col tempo, si può perdere un pezzo di sé nella relazione: i bisogni vengono ridimensionati, il dissenso censurato, la frustrazione ingoiata. E questi schemi, nati spesso in famiglia, migrano poi nella coppia, nelle amicizie, sul lavoro.

Non è raro che un percorso terapeutico inizi proprio da qui: dal desiderio di uscire dalla gabbia del compiacimento, o almeno di ridurne l’impatto.


 

Una relazione che “respira”: fusione e separazione


Nel lavoro clinico, soprattutto con l’approccio della Gestalt, il tema della giusta distanza è centrale: non troppa vicinanza che soffoca, non troppa distanza che raffredda. Il punto non è scegliere una volta per tutte tra “dipendenza” e “indipendenza”, ma riconoscere l’oscillazione naturale tra i due poli e imparare ad abitarla con consapevolezza.

Barrie Simmons, psicoterapeuta e studioso della terapia della Gestalt, lo sintetizza in una frase molto efficace: “Un rapporto che respira è un rapporto vivo.” Respirare, in una relazione, significa poter attraversare momenti di vicinanza e momenti di distanza, avvicinamenti e allontanamenti, senza viverli come prove di disamore o minacce di abbandono.

Quando questa possibilità esiste, non parliamo più di “un rapporto” inteso come dovere o ruolo: parliamo di un io e un tu che si incontrano davvero, con rispetto, senza essere invasi e senza invadere.


Un piccolo promemoria pratico


  • Prima di dire sì: Lo sto scegliendo o lo sto subendo?

  • Durante: Sono presente o sto solo “reggendo”?

  • Dopo: Cosa mi è rimasto addosso: energia o peso?


E se serve un confine, prova una formula “gentile e chiara”:


  • “Vengo volentieri, ma resto fino alle 22.”

  • “Quest’anno ho bisogno di un Natale più semplice.”

  • “Non me la sento di parlarne oggi.”


Non sono frasi perfette. Sono frasi vive.


Se il tema delle relazioni che “si bloccano” o restano sospese ti risuona, puoi leggere anche: Esperienze sospese: quando qualcosa resta aperto dentro di noi


L’autenticità non è essere “bravi” o “buoni” nelle relazioni. È poterci essere davvero, con la propria voce, i propri bisogni, i propri limiti. E spesso, proprio lì—nel diritto di separarsi un momento—si apre la possibilità di incontrarsi meglio.

Un promemoria gentile per il periodo delle feste.


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